NOTE CRITICHE

”Ho scelto la scultura come espressione delle mie percezioni,
perché è un arte che permette di creare e realizzare le proprie idee
e dare forma ai propri sentimenti in una dimensione reale e concreta.”

Così parla della propria arte Giulia Giovannelli Vakalis,
giovanissima artista romana, di grande talento.
Ne astratte, ne realistiche, le sue sculture sono sinonimo di un (in)conscio rifiuto
dei canoni estetici di rappresentazione della figura umana,
affermatisi nell’arte occidentale dal Rinascimento, e prima ancora, dall’arte classica.

Osserviamo Donna: le sue forme esagerate, la sua corpulenza,
la posizione inginocchiata, ricordano molto da vicino le statuette votive
simbolo di fecondità, di maternità, di rinnovamento della vita che i nostri antenati
(mesopotamici e precolombiani per esempio) modellavano o scolpivano
come dono per le loro divinità, o come corredo funerario per i loro defunti.

Ma non solo le forme ricordano quell’arte carica di spiritualità:
i soggetti, come la Danzatrice con la sua boccuccia altezzosa,
come il suonatore del Flauto con le sue guance gonfie,
come gli Sposi, monolite dell’unità familiare,
fanno parte di quel mondo che è il background di qualsiasi grande artista.
Tutti i grandi nomi della storia dell’arte, soprattutto contemporanei,
hanno colto quanto il primitivismo sia fondamentale e ne hanno usufruito a piene mane:
da Picasso a Gauguin, da Modigliani a Moore, solo per citarne alcuni.

Le forme piene, tondeggianti con quelle teste ovoidali
sono una costante nella scultura della Giovanelli Vakalis,
così come la semplicità della riproduzione dei volti e delle espressioni.

Semplice, non semplicistico.

Il suo linguaggio primordiale, estrapolato dalle origini dell’umanità,
la creazione delle forme sotto il predominio dell'istinto,
il suo assecondare le personali pulsioni emotive,
fa di lei una grande comunicatrice, immediata e sintetica,
di grande efficacia pur nell'estrema esiguità dei mezzi che utilizza.

L’arte di Giulia Giovannelli Vakalis non è artefatta dalla “civiltà”:
lei vive e lavora in una personale, mitica età dell’oro.

Simona Bergami